Misure comuniste di Léon de Mattis
Continuiamo con la serie di articoli d'introduzione alla teoria e alla pratica della comunizzazione, con la traduzione di un altro testo di De Mattis, «Les mesures communistes», pubblicato in Sic n. 2, 2014[1].
La comunizzazione non è una profezia. Non è l'annuncio di un particolare futuro. La comunizazzione non è altro che una prospettiva applicata alla lotta di classe attuale. Il nostro compito consiste nel concepire, partendo da queste lotte ma andando oltre i loro limiti e le loro contraddizioni, cosa potrebbe essere una rivoluzione comunista al giorno d'oggi.
Per pensare a un orizzonte comunista dobbiamo cominciare dal rapporto di classe e da com'è stato trasformato dal periodo di ristrutturazione; e dal comprendere perché ciò che in passato era portatore di una visione comunista non può oggi svolgere lo stesso ruolo in modo identico[2].
Durante gli anni 70, il proletariato era generalmente visto come la classe dominata che, per poter dar vita al comunismo, doveva solamente diventare dominante. Ovviamente questo processo poteva essere concepito in molti modi, e queste diverse concezioni erano spesso in contrasto tra di loro. Esistevano anche degli approcci che volevano rompere con questa concezione dominante, pur dovendosi allo stesso tempo posizionare in relazione a essa[3]. Alla fine quel modo di vedere le cose si rivelò imprescindibile, non perché le idee di quell'epoca fossero universalmente sbagliate ma semplicemente perché la realtà dei tempi - l'affermazione del proletariato che diventava sempre più forte socialmente - era ovvia per tutti.
I dibattiti sulla rivoluzione o la riforma, l'immediatezza del comunismo o il periodo di transizione (che poteva venire prima o dopo la vittoria del proletariato) appartenevano tutti a questo paradigma condiviso. Ma è proprio questo paradigma a essere messo in discussione, dinamicamente, nel momento attuale[4].
La scomparsa di una decisa affermazione della classe e l'erosione del movimento operaio è sintomo di un importante punto di svolta nella lotta di classe. L'appartenenza di classe non sembra più essere la base di un'identità comune e di un potere possibile, ma al contrario sembra essere piuttosto un elemento estraneo alla vita di tutti, l'incarnazione ostile del potere dominante del capitale[5].
Alcune teorie hanno concluso che la nozione di lotta di classe non è più adatta a caratterizzare le rivolte nel mondo odierno. La persistenza dei rapporti sociali capitalisti e di tutte le loro determinazioni (il valore, per cominciare) è tuttavia segno che le classi non sono certo sparite. La teoria della comunizzazione non abbandona quindi la teoria delle classi, ma la ripensa nell'era del collasso del movimento operaio. Per riassumere, si potrebbe dire che la comunizzazione avanzi tre idee essenziali: primo, l'immediatezza del comunismo (ovvero l'assenza completa di qualsiasi periodo di transizione). Secondo, il comunismo come allo stesso tempo mezzo e fine della lotta. Infine, la distruzione del rapporto di classe e quindi del proletariato da parte del proletariato stesso. Bisogna mettere l'accento su quest'ultimo punto per comprendere il modo in cui la teoria della comunizzazione collega un elemento della lotta di classe attuale (la fine dell'affermazione del proletariato e il declino dell'identità operaia) a una concezione della rivoluzione (la distruzione del rapporto di classe da parte del proletariato). Questa visione, che è un po' paradossale, cionondimeno si rivela estremamente fruttuosa se si vuole cercare nelle lotte correnti ciò che, a partire da ora, potrebbe annunciare la distruzione del rapporto sociale capitalista. La rivoluzione, che è la distruzione del rapporto di classe, è immediatamente anche la distruzione del proletariato, ciò significa che la rivoluzione è l'attività del proletariato nel corso della propria autoabolizione. E possiamo già individuare, nelle lotte di classe odierne, situazioni in cui il proletariato che si sforza di difendere la propria condizione è paradossalmente portato ad attaccarla. In questo modo la lotta di classe appare nella sua ambiguità fondamentale, nient'altro che un riflesso della contraddizione interna delle forme sociali capitaliste stesse: la lotta di classe potrebbe benissimo essere il prolungamento dei rapporti di classe quanto distruzione degli stessi. Pertanto è a partire dal collegamento tra queste due idee (gli aspetti della lotta di classe attuale che spingono i lavoratori ad attaccare la propria condizione e la visione della rivoluzione come azione proletaria che consiste nell'autodistruzione del proletariato) che la teoria della comunizzazione propone di pensare il comunismo.
Il ruolo della teoria non è quello di rivelare alle lotte cosa esse sono nel loro animo più profondo[6]. Il punto non è agire per ottenere una "presa di coscienza". Pensare la rivoluzione e il comunismo non significa avere una formula magica che trasformerebbe le lotte correnti in qualcosa che non sono. Il punto è riuscire a collegare teoreticamente le lotte correnti con la possibile produzione del comunismo, rendendoci conto al tempo stesso che questa è la posta in gioco delle lotte, e non una questione solo per il futuro. Senza il pensiero della rivoluzione, l'orizzonte delle lotte è necessariamente quello del capitale. Nel corso di una lotta di classe ambivalente, che è allo stesso tempo il rinnovo e la messa in dubbio del rapporto di classe, l'assenza di un orizzonte rivoluzionario contribuisce chiaramente al primo polo, al rinnovo del rapporto di classe. Questo si riflette, all'interno della lotta, nella persistenza di mediazioni che esprimono questo rinnovo (gerarchie sindacali, portavoce, media, negoziazioni, fra le altre cose) o, quando queste mediazioni si sono dissolte di fronte all'intensità della lotta, dal loro decisivo riemergere nel momento del ritorno alla normalità.
Sviluppare una teoria della rivoluzione e del comunismo è pertanto un'attività svolta sulla base delle lotte e per le lotte. Il successo di tale attività non è ovviamente in alcun modo garantito. La generalizzazione di una teoria contemporanea della rivoluzione - ovvero la sua esistenza aldilà di un ristretto cerchio di teorici e militanti - non avverrà a meno che non sia adeguata a ciò che, nelle lotte, potrebbe esprimere il decadimento del rapporto di classe. Dal momento che questa teoria prevede una presa di posizione, è necessariamente una scommessa, una scommessa razionale visto che comporta la produzione di una certa comprensione delle lotte da parte delle lotte stesse; ma una scommessa in ogni caso.
Il comunismo come processo, non come mondo alternativo.
Il comunismo non è una profezia più di quanto non lo sia la comunizzazione. Parlare di comunismo oggi è la posta in gioco delle lotte attuali. Questa è la ragione per cui è indispensabile ricercare ciò che, all'interno di esse, potrebbe annunciare la produzione del comunismo piuttosto che provare a descrivere una situazione futura e lontana che l'umanità un giorno, forse, raggiungerà. In altre parole, ciò che è essenziale per ricreare un orizzonte comunista, è innanzitutto riuscire a vedere il modo in cui il comunismo potrebbe emergere dalla situazione presente piuttosto che descrivere ciò che sarebbe il comunismo in quanto modo di organizzazione già formato[7].
Ma parlare di comunismo oggi non deve nemmeno farci cadere in un errore comune, ovvero credere di trovare il comunismo in gestazione, o già in parte creato, negli interstizi della società del capitale. Il comunismo non può esistere da sé nel mondo presente, né come scelta esistenziale o politica, né come stile di vita[8].
Bisogna dunque pensare il comunismo al presente ma non come lo stato presente delle cose. La teoria della comunizzazione permette proprio questo. Nella comunizzazione, la produzione del comunismo e il comunismo stesso coincidono. La comunizzazione è una lotta contro il capitalismo da parte del comunismo, vale a dire che il comunismo appare in essa allo stesso tempo come mezzo e fine. Ecco perché una visione della produzione del comunismo è allo stesso tempo una visione del comunismo stesso, ma un comunismo concepito attraverso il prisma della sua produzione. Possiamo rispondere alla domanda "che cos'è il comunismo?" solamente evocando le forme sotto le quali potrà essere prodotto, e non descrivendo la sua forma che si suppone completa.
Tuttavia, la teoria della comunizzazione solleva alcune problematiche. Dal momento che il comunismo è il mezzo della comunizzazione, è necessario che venga, in un certo modo, messo in pratica dal principio, ma allo stesso tempo si afferma che la comunizzazione è un processo in cui il comunismo è prodotto nel corso di un periodo esteso nel tempo, e che si prende anche del tempo.
Nella concezione marxista tradizionale, questa questione venne risolta con la nozione del "periodo di transizione". Ciò che viene prodotto come forma sociale nel corso della rivoluzione a come conseguenza di essa non è direttamente il comunismo, ma una tappa intermedia, ovvero il socialismo. La comunizzazione si distacca dalla nozione del periodo di transizione dal momento che il comunismo è un mezzo della lotta stessa. Al suo interno il comunismo è pertanto necessariamente immediato pur rimanendo parziale.
La comunizzazione prende dunque delle forme in apparenza paradossali: allo stesso tempo immediata ed estesa nel tempo, allo stesso tempo totale e parziale, ecc. Poter pensare la produzione del comunismo significa trovare delle risposte a queste domande.
La nozione di misura comunista
Qui interviene la nozione di "misura comunista" come forma elementare della produzione del comunismo.
La produzione del comunismo non è altro che la moltiplicazione e la generalizzazione delle misure comuniste adottate qua e là nel corso del confronto con il capitale, misure il cui obiettivo è proprio trasformare il comunismo messo in atto in un mezzo della lotta.
Il comunismo forse non è immediato, ma nella misura comunista appare come tale. Nella misura comunista, non ci sono tappe... il comunismo è già in ballo, anche se non può essere considerato come interamente realizzato. La misura comunista fa sparire lo iato tra l'immediatezza del comunismo e i tempi necessari per la sua realizzazione, senza però abolire la necessità di questi tempi. Evita inoltre che la comunizzazione stessa sia concepita come un periodo intermedio fra il presente e il futuro comunista.
Il termine "misura" non deve trarci in inganno[9]. Una misura comunista non è una prescrizione, una legge o un ordine. Non istituisce delle regole alle quali chiunque deve conformarsi. Non sancisce delle norme generali e astratte. La misura comunista, per definizione, presuppone sin da subito chi la implementerà. Non è nemmeno una dichiarazione d'intenti, o comunque non può essere solo questo. La misura comunista è un atto. Se ci si accontenta di proclamare solennemente l'abolizione del valore, delle classi sociali o del capitalismo, non si può parlare di misura comunista. Condividere collettivamente le risorse strappate al nemico o produrre in comune ciò di cui la lotta contro il capitale ha bisogno, questo può essere una misura comunista.
Una misura comunista è una misura collettiva, attuata in una data situazione, secondo modalità determinate dalla natura della misura stessa. Le forme di decisioni collettive che portano alla misura comunista variano tra misure diverse: alcune presuppongono un grande numero di persone, altre un numero molto più piccolo, alcune necessitano di sistemi di coordinazione, altre no, alcune fanno seguito a lunghe discussioni collettive la cui forma non è prestabilita (assemblee generali, collettivi vari, discussioni dentro gruppi più o meno estesi), altre possono essere più spontanee... Ciò che assicura che la misura comunista non diventi una misura autoritaria o gerarchica è il suo contenuto, e non il formalismo della decisione che ha portato alla misura.
La misura comunista è un esempio della modalità d'organizzazione della produzione del comunismo. Non è né una forma di democrazia diretta né una forma di auto-organizzazione[10].
Una tale misura non ha necessariamente bisogno di autori, ancor meno di autori identificabili: le misure comuniste che si generalizzano possono benissimo essere state attuate simultaneamente qua e là, perché esse sono semplicemente delle possibili soluzioni a problemi che si pongono in modo generale. Così la loro origine diventa presto impossibile da rintracciare. Ogni istanza che si arroga il potere di prescrivere ad altri delle misure comuniste, nega istantaneamente, con questo atto, la possibilità d'implementare realmente una misura comunista.
La misura comunista non costituisce da sola il comunismo. Il comunismo non si ottiene grazie a una sola misura, e nemmeno grazie a una sola serie di misure. Il comunismo non è altro che l'effetto di una grande quantità di misure comuniste, caratteristica del periodo della comunizzazione, che si inseriscono in una dinamica che finisce per dare all'organizzazione generale del mondo una qualità totalmente diversa. Non c'è necessariamente una continuità: al contrario, è perfettamente possibile prevedere dei passi avanti ma al tempo stesso anche degli arresti, fino al momento cruciale in cui la rottura raggiunge un tale livello di profondità che la società di classe non è più in grado di mantenersi. Comunismo e società di classe si escludono a vicenda. Prima del momento cruciale, le misure comuniste sono essenzialmente effimere: esistono solo nello spazio della lotta, e si estinguono se non vengono generalizzate[11]. Esse sono solo momenti in cui la vittoria è in ballo ma non è ancora ottenuta. La produzione del comunismo non è necessariamente una storia istantanea. Possiamo assolutamente immaginare che un giorno si possa innescare una dinamica comunizzatrice, traduzione di una catena di misure comuniste prese in occasione di lotte particolarmente radicali ed estese, e che comunque questa dinamica venga sconfitta. E che essa possa rinascere, più tardi e altrove, e finisca per distruggere la società di classe.
Generalizzazione non significa uniformità. Ci sono molti modi in cui una misura comunista può allargarsi. Per esempio con l'adesione a una data iniziativa comunista (per produrre in comune, per coordinarsi) oppure con la ripresa, sotto una forma a volte adattata, di misure già messe in atto altrove. La misura comunista può con altrettanta facilità inserirsi nelle pratiche, nelle esperienze, nelle forme di solidarietà già esistenti - pur essendo una rottura creatrice con queste tradizioni grazie alla potenza che la generalizzazione della produzione del comunismo può generare[12].
Bisogna capire bene il processo di generalizzazione di una misura comunista. La misura comunista si generalizza perché in una data situazione corrisponde a ciò che la situazione esige, diventando così una delle forme (forse la sola possibile) di risposta alle necessità imposte dalla situazione (la lotta intensa contro il capitale). Il momento della comunizzazione è una situazione di scontro caotico nel corso del quale i proletari prendono un numero incalcolabile di iniziative per poter combattere le proprie lotte. Se alcune di queste iniziative riescono a estendersi, è perché corrispondono a un bisogno che va oltre le diverse configurazioni particolari dello scontro in corso. Lo scarto tra le misure che si generalizzano e le altre avviene sotto l'effetto di un rapporto sociale in procinto di collassare sotto il peso delle proprie contraddizioni. Solo a questo livello, quello della generalizzazione, si può parlare di misure «imposte dalle necessità stesse della lotta»[13] o ancora della rivoluzione come «necessità immediata in una data situazione» portata avanti dai proletari «nei limiti delle loro condizioni materiali»[14]. È per questo che la teoria della comunizzazione non è determinista e permette di comprendere la produzione del comunismo come un'attività[15].
Misure comuniste e produzione del comunismo
La misura comunista è l'aspetto positivo del comunismo di cui noi, teoricamente, abbiamo solo una visione in negativo. Il comunismo è l'annichilimento di tutte le forme di dominazione e sfruttamento attuali. Il comunismo è pertanto definito come una serie di abolizioni: abolizione del valore, delle classi, delle dominazioni di genere e razziali, ecc. In altre parole, se noi, per descrivere il comunismo, usiamo solo delle definizioni senza sostanza (sappiamo ciò che viene abolito dal comunismo ma non come apparirà concretamente) possediamo però una visione positiva del processo della sua produzione: la misura comunista.
Il carattere comunista di una misura deriva dalla sua capacità di rafforzare la lotta contro il capitale e di essere allo stesso tempo l'espressione della sua negazione. Si tratta dunque di un modo definito e concreto di mettere in atto il superamento dello scambio, del denaro, del valore, dello Stato, della gerarchia, delle distinzioni di razza, classe, genere, ecc. Presentiamo questo elenco senza nessun ordine particolare o distinzione, perché giustamente una singola misura comunista può far fronte a tutto ciò che costituisce il rapporto sociale capitalista. Noi sappiamo che il comunismo è il superamento dello scambio, del valore, dei soldi, ma non sappiamo come funzionerà concretamente un mondo senza soldi, senza scambio e senza valore. Noi sappiamo che il comunismo è l'abolizione delle classi ma non sappiamo come funzionerà concretamente un universalismo senza classi. La misura comunista non risponde a queste domande globalmente, ma tenta di rispondere a livello locale e nel quadro delle necessità della lotta.
Grazie alla misura comunista, è possibile capire che il comunismo non è qualcosa di così alieno. Il comunismo dipende per buona parte da cose molto semplici e che possono già esistere: la condivisione, la cooperazione, l'assenza di ruoli e funzioni socialmente distribuiti, rapporti diretti e immediati, ecc. Tuttavia, qualcosa che esiste già ma su una base secondaria non ha lo stesso significato, qualitativamente parlando, di ciò che esiste nella sua generalità (si pensi, ad esempio, al valore e al modo in cui la sua natura è cambiata con l'emergere del modo di produzione capitalista). Ecco perché il concetto di generalizzazione è essenziale. Nessun contenuto è di per sé comunista (anche se, viceversa, alcuni contenuti sono di per sé anticomunisti). Una stessa misura può essere o no comunista, in base al contesto. Una stessa misura non è comunista se rimane isolata ma lo diventa se viene generalizzata. Per questo è necessario comprendere bene che una misura comunista isolata non è una misura comunista, nonostante sia vero che nessuna misura comunista può rompere da sola il proprio isolamento… dal momento che ciò può avvenire solamente con l'implementazione di altre misure comuniste di altri collettivi.
La generalizzazione non può però garantire il carattere comunista di una misura. Una misura che non si generalizza in un modo o nell'altro, o che comunque non entra in risonanza con altre misure simili, non può essere comunista. Viceversa, anche una misura che non è comunista può senza dubbio generalizzarsi. Qui noi escludiamo, ovviamente, tutto ciò che è iniziativa del nemico capitalista, sotto forma di leggi, prescrizioni, ordini e controllo coercitivo statale. Ma anche dal lato della rivoluzione, le contraddizioni di ogni tipo che derivano dalla segmentazione multiforme del proletariato (l'unità ottenuta nella lotta è sempre problematica e mai scontata) e anche dalla situazione di lotta spesso confusa e contraddittoria, generano delle dinamiche controrivoluzionarie[16] che possiedono la stessa forma della rivoluzione, vale a dire la forma delle misure che si generalizzano. Ancora una volta, nessuna misura è di per sé comunista e il carattere comunista di una misura dipende solo dal suo rapporto generale con la lotta in corso. Certe misure mantengono a lungo, durante il corso caotico e non-normativo dell'insurrezione, un carattere ambiguo. Allo stesso modo, altre misure, forse comuniste in un particolare momento, possono assolutamente diventare controrivoluzionarie di fronte all'ulteriore sviluppo di certe problematiche che emergono in proporzione al disgregarsi del rapporto sociale capitalista. Solo così potrà manifestarsi la rivoluzione nella rivoluzione, attraverso lo scontro tra misure comuniste e misure che non lo sono più.
Le misure comuniste e l'insurrezione sono indissociabili. Le misure comuniste esprimono una rottura con ciò che, all'interno della lotta di classe, rende possibile l'integrazione del proletariato come classe del capitale. Esprimono una rottura con la legalità, con le istanze di mediazione e con le forme di conflitto normalmente accettate. Si può star certi che lo Stato reagirà con la violenza e la crudeltà che gli sono tipiche. Le misure comuniste sono uno scontro con le forze di repressione, e la vittoria, anche qui, può arrivare solo attraverso la loro rapida estensione.
Esiste necessariamente un punto limite alla generalizzazione delle misure comuniste, un punto di svolta raggiunto velocemente dove la posta in gioco della lotta non può più essere il miglioramento o la conservazione di una condizione all'interno del capitale, ma solamente la distruzione della totalità del mondo capitalista divenuto definitivamente nemico[17]. Giunti a questo punto, fra tutte le cose necessarie alla realizzazione del comunismo, ci si trova di fronte allo scontro con le forze dello Stato dedicate alla difesa del vecchio mondo, e poi alla distruzione totale della struttura statuale.
Misure comuniste e attività
Nessuno può costruire in maniera conscia il comunismo nella sua totalità. Ma le misure comuniste sono adottate con cognizione di causa: la scelta di ricorrere a esse nello schema della lotta non può ignorare il fatto che queste misure conducono alla distruzione del rapporto sociale capitalista e che questo obiettivo diviene parte della lotta. Certamente non vi è nessuna separazione tra necessità della lotta e costruzione del comunismo. Il comunismo si realizza nell'occasione della lotta e dentro il suo contesto. Ma la scelta di una misura comunista, considerata singolarmente, non si impone perché la lotta non lascia altra possibilità: il comunismo non è che quello che rimane quando non c'è più nient'altro da fare.
Il comunismo si produce: questo significa che non è né l'effetto di un mero atto di volontà, né la semplice conseguenza di circostanze che rendono impossibile ogni altro esito. Ciascuna misura comunista è l'effetto di una volontà particolare. Questa volontà non deve assolutamente essere quella di creare il comunismo nella sua generalità, ma solamente nel suo aspetto immediato, locale ed efficace per la lotta.
Ciò significa che l'adozione universale dell'idea comunista come una sorta di principio generale e astratto da realizzare non è un prerequisito necessario per la produzione concreta del comunismo. Dall'altro lato, l'attività sociale della produzione del comunismo prevede una propria coscienza, il che significa che nel periodo della comunizzazione, durante il quale le misure comuniste si incatenano e generalizzano, lo schema globale di ciò che si sta creando diventa visibile a tutti.
La produzione del comunismo ha sicuramente delle "condizioni". Esiste una lotta, che è la lotta di classe, la quale esprime da un lato la caducità del rapporto sociale capitalista, ma dall'altro la sua possibile rigenerazione; allo stesso tempo, inclusa nella negazione delle forme sociali fondamentali del capitale (una negazione che non cessa di essere resa attuale dal loro stesso funzionamento) vi è la visione del suo superamento. L'attività di produzione del comunismo deve però essere intesa davvero come un'attività, perché si tratta di un qualcosa che non è indotto meccanicamente da queste condizioni. Non ci sono necessità della lotta che impongono la produzione del comunismo senza altra possibilità di scelta.
È l'attività che rende il comunismo effettivo. Questa attività, al livello della singola misura comunista, dev'essere necessariamente sentita come una volontà, una coscienza, un progetto (volontà collettiva, ricordiamolo). Ma la generalizzazione delle misure comuniste va oltre ogni volontà, perché pur trattandosi sempre di attività quando si parla di singole misure comuniste, il loro insieme si trova oltre la portata della volontà di coloro che implementano le misure comuniste. Più l'attività è intensa e prodotta da misure multiple e multivalenti, più cresce la probabilità che queste misure soddisfino le necessità della produzione globale del comunismo.
In più, essendo questa attività realmente un'attività, essa modifica le condizioni dalla quale si è evoluta. In altre parole, più aumenta la produzione del comunismo, più aumentano le possibilità della sua produzione. Il significato della nozione di dinamica comunizzatrice sta tutto qua. Le prime misure a generalizzarsi mostrano attraverso questo processo la loro capacità di essere misure di lotta: ma allo stesso tempo rendono possibile il superamento delle condizioni che determinano la lotta stessa. Le misure di condivisione delle risorse strappate al nemico spianano la strada a delle misure per la soddisfazione dei bisogni[18] attraverso dei mezzi comunisti. Le misure di cooperazione locale spianano la strada a misure di cooperazione allargata.
Questo mostra la grande importanza strategica delle prime misure comuniste[19]. Dalla loro rapida generalizzazione o, al contrario, dalla loro incapacità di fornire una risposta adeguata e immediata alle problematiche della lotta dipende la possibilità che possa innescarsi una dinamica che rende il loro allargamento il motore di un allargamento ancora maggiore. Il ruolo della teoria comunista, che non deve dire ciò che bisogna fare, ma che deve rendere possibile dare un nome a ciò che si fa (ovvero implementare delle misure comuniste), diventa pertanto cruciale.
L'errore consisterebbe, senza dubbio, nel considerare qualsiasi pratica di lotta come una "misura comunista". Le misure comuniste prevedono indiscutibilmente una profondità e un'estensione della lotta di classe aldilà del limite ordinario del comune percorso delle lotte. Le misure comuniste ottengono un senso solo nel contesto di una dinamica comunizzatrice che velocemente le porta oltre i loro timidi inizi.
Per definizione, non si può dare nessun modello di misura comunista. Al massimo si possono formulare alcune ipotesi, ma bisogna ancora capire bene la loro funzione. Non si tratta di realizzare una profezia, ma di chiarire la nostra comprensione teorica attuale del comunismo. Le ipotesi riguardanti le misure comuniste derivano direttamente dal modo in cui il periodo presente ci permette di pensare il comunismo. Ogni concezione di questo genere, come l'epoca che la produce, è assolutamente mortale e destinata a essere superata.
Pertanto, la misura presa qui o là per impadronirsi dei mezzi utili alla realizzazione di ciò che è necessario per soddisfare i bisogni immediati della lotta è senza dubbio comunista. La misura che prende parte all'insurrezione senza riprodurre gli schemi del nemico è senza dubbio comunista. La misura volta a evitare il riapparire, all'interno della lotta, delle segmentazioni del proletariato causate dalla sua attuale atomizzazione è senza dubbio comunista. La misura che cerca di eliminare le dominazioni di genere e razziali è senza dubbio comunista. La misura che prova a coordinare senza gerarchizzare è senza dubbio comunista. La misura che tende a scrollarsi di dosso, in un modo o nell'altro, ogni forma d'ideologia che condurrebbe alla restaurazione delle classi è senza dubbio comunista. La misura che sradica ogni tentativo di ricreare delle comunità che si considerano fra loro come estranee o nemiche, è senza dubbio comunista.
https://www.sicjournal.org/les-mesures-communistes/index.html ↩︎
La capacità di pensare un orizzonte comunista è una delle poste in gioco nelle lotte stesse. Per esserne sicuri è sufficiente ripassare la storia degli ultimi trent'anni, un periodo durante il quale la questione del comunismo è praticamente sparita dalle coscienze. Questa obliterazione non è stata una coincidenza; è stata la diretta conseguenza di una sconfitta, con il debellamento della contestazione che ebbe luogo negli anni 60 e 70. ↩︎
Ci sono state delle controversie recentemente sulla questione di quanto sia originale la teoria della comunizzazione, in cui si evidenziava che ciò che afferma questa teoria può essere già trovato qua e là in periodi precedenti. Ma la questione dell'originalità non può essere posta per ciascuna affermazione presa separatamente, ma solo per il modo in cui questi elementi, forse già concepiti o espressi tempo prima, vengono messi in relazione tra di loro e collegati al periodo contemporaneo. ↩︎
"Dinamicamente" significa che la sopravvivenza di alcune tracce residue non completamente dissolte del vecchio movimento operaio non può essere una seria obiezione a questa tesi. ↩︎
Per più dettagli vedere De Mattis, Léon, «Che cos'è la comunizzazione?», di cui questo articolo è il seguito. ↩︎
La discussione in questo testo riguarderà spesso le "lotte". Quest'uso del plurale, comune al giorno d'oggi, dimostra la fine del periodo dell'affermazione proletaria. Le lotte rappresentano così tanti aspetti diversi della singola lotta di classe che oggi è necessario cercare di comprenderla in tutta la sua eterogeneità. ↩︎
Noi non entreremo nel dibattito su come sarà considerato un giorno il comunismo, se potrà essere ritenuto "completo" (anche relativamente) o se sarà sempre solo il processo stesso della sua produzione. Semplicemente perché non cambierebbe nulla in entrambi i casi. Da un lato, noi possiamo solamente considerare il comunismo come uno stadio da raggiungere in cui la distruzione dei rapporti sociali attuali sarà definitiva, perché altrimenti sarebbe del tutto indistinguibile da una scelta esistenziale all'interno del capitalismo. Dall'altro lato, però, nella posizione in cui ci troviamo possiamo parlare del comunismo solo come processo. C'è indubbiamente una differenza essenziale tra il periodo in cui il comunismo è prodotto nella lotta contro il capitale e il periodo in cui il capitalismo è distrutto: ma noi non abbiamo nessuno strumento teorico per descrivere questo secondo periodo, se non attraverso vaghe astrazioni. ↩︎
Da qui la critica all'alternativismo in generale. Vedere Denis, «Réflexions à propos de l’appel», Meeting, n. 2, 2005. ↩︎
Si potrebbe tranquillamente usare, al posto di "misura comunista", l'espressione "iniziativa comunista". ↩︎
Non è possibile determinare a priori il modo in cui le misure comuniste verranno implementate: spetta al loro contenuto in quanto misure comuniste di assicurare che esse non diventino un modo di ristabilire una forma di dominazione, di autorità o di gerarchia, e non a un qualche formalismo democratico applicato al processo decisionale. Non sono neanche un esempio di "auto"-organizzazione. Oggi l'auto-organizzazione è certamente una necessità per l'esistenza delle lotte aldilà dei tempi e luoghi ristretti della lotta legalizzata e sindacalizzata. Ma la misura comunista costituisce una rottura con l'auto-organizzazione, dal momento che la sua attuazione comporta un superamento delle lotte parziali che devono organizzarsi come tali attorno ai loro obiettivi specifici. ↩︎
La generalizzazione delle misure comuniste corrisponde, in un primo tempo, alla generalizzazione delle lotte che le hanno fatte nascere e senza le quali le misure non potrebbero sopravvivere. ↩︎
Una tale potenza si esprime tanto nella moltiplicazione delle possibilità materiali (con la distruzione dello Stato e la cattura delle forze del capitale) quanto nell'ordine della rappresentazione e dell'immaginario - tutti elementi che nella pratica sono indissociabili. ↩︎
Editoriale, Sic, n.1, 2011. ↩︎
Åstrom, Peter, «Crise et communisation», Sic, n.1, 2011. In questo primo numero della rivista è presente un dibattito riguardo alla possibilità che alcune delle formule usate da Åstrom siano troppo deterministe. Si possono trovare tracce di questo dibattito nelle pagine 38 e 39 della rivista. ↩︎
Questo funzionamento non appartiene specificamente al periodo della comunizzazione, ma rappresenta il modo di operare di ogni forma estesa di attività sociale, ovvero ogni forma che attraversa l'intero corpo sociale, in opposizione all'attività centralizzatrice e unificatrice di una struttura gerarchica o statuale. Delle pratiche di lotta contemporanee possono già estendersi e generalizzarsi in questo modo, nella propria scala. ↩︎
Per una panoramica inquieta e tormentata di queste
contraddizioni interne alla rivoluzione stessa, vedere gli articoli di Bernard Lyon (Meeting e Sic, n.1). ↩︎Come abbiamo visto all'inizio di questo articolo, la lotta di classe è ambivalente: è allo stesso tempo una lotta interna al capitalismo e una lotta in grado di portare alla sua abolizione; lotta per difendere una condizione dentro il capitalismo e lotta contro questa condizione. Il proletariato, nella lotta, oscilla tra la propria integrazione e la propria disintegrazione. Le misure comuniste conducono invece alla rottura dell'ambivalenza e alla trasformazione della lotta del proletariato in lotta contro il capitale come sistema, nel corso della quale il proletariato si dissolve, progressivamente, da solo. Ma solo quando la comunizzazione si rende manifesta questa dissoluzione può diventare evidente. Si può veramente parlare di lotta anticapitalista e rivoluzionaria solo a partire dal momento in cui il comunismo inizia a essere prodotto positivamente. ↩︎
Bisogni a loro volta trasformati dalla lotta in corso. ↩︎
Con "strategica" qui non si intende dire che vi sia una strategia per l'allargamento e la generalizzazione delle misure comuniste - una strategia del genere non potrebbe esistere. Piuttosto si vuole sottolineare la necessità delle prime misure di essere il più adeguate possibile a una data situazione, pur manifestando un esempio concreto dell'uso del comunismo come mezzo della lotta. ↩︎