Che cos'è la comunizzazione? di Léon de Mattis
Qui di seguito riportiamo la traduzione dal francese di un articolo di Léon de Mattis, «Qu’est ce que la communisation?», pubblicato in Sic, n.1, 2011[1]. Questo sarà il primo di una serie di articoli dedicati alla così detta "comunizzazione", una corrente nata in Francia negli anni 70 dall'eredità della sinistra comunista e che costituisce una delle influenze principali del comunismo insurrezionale.
Una cosa è adesso certa: nel mondo capitalista, la nostra situazione può solo peggiorare. Tutto ciò che prima era dato per scontato sotto forma di "conquiste sociali" rischia adesso di essere messo in dubbio. Questa trasformazione, tuttavia, non è il risultato di una gestione economica sbagliata, dell'avidità eccessiva dei padroni o dell'assenza di una regolamentazione della finanza internazionale. Si tratta semplicemente del risultato inevitabile dell'evoluzione globale del capitalismo.
I salari, le opportunità di lavoro, le pensioni, i servizi pubblici e la previdenza sociale sono tutti elementi colpiti da questa evoluzione, ciascuno in maniera diversa. Ciò che era concesso ieri non lo è più, e domani avremo ancora meno. Il processo è lo stesso ovunque: nuove riforme riprendono l'offensiva nell'esatto punto in cui le riforme precedenti si erano fermate. Questa dinamica non viene mai invertita, anche quando da una "crisi economica" si ritorna alla prosperità. A partire dall'indomani della grande crisi negli anni 70, la stessa dinamica è andata avanti anche dopo il ritorno della crescita negli anni 90 e 2000. Diventa pertanto difficile immaginare che le cose migliorino, anche nell'ipotesi abbastanza improbabile della "fine della crisi" dopo lo shock finanziario del 2008.
Ciononostante, di fronte a questa rapida trasformazione del capitalismo globale, la risposta da parte della sinistra della Sinistra [sic] è stata terribilmente debole. Ci si accontenta per lo più di denunciare il liberismo eccessivo dei padroni e dei dirigenti politici. Sembra che si ritenga possibile difendere le "conquiste sociali" del periodo precedente, e persino di estenderle un po' di più, se solo si riuscisse a tornare al capitalismo di ieri, cioè del periodo subito successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Questa proposta per il futuro richiama i temi essenziali del programma della Resistenza francese, adottato nel 1944[2], come se ci fosse sempre un nazismo da combattere e dei governi pronti a fare concessioni pur di assicurare la vittoria - e soprattutto come se nella storia fosse già accaduto di riuscire a tornare indietro. Così si dimentica l'insieme di ciò che costituisce i rapporti sociali capitalisti nella loro dinamica attuale.
Perché la crisi e la "ristrutturazione" del capitalismo (ovvero i cambiamenti che lo hanno caratterizzato negli ultimi quarant'anni) rendono impossibile qualsiasi ritorno alle condizioni precedenti della lotta? E cosa possiamo dedurre per la lotta odierna?
Per rispondere a queste domande, bisogna fare una breve digressione teorica. Il profitto non è solo una delle tante componenti della società capitalista: è il suo motore principale, la ragion d'essere di tutto ciò che esiste nel mondo sociale. Il profitto non è qualcosa che si innesta sulle attività umane deviando verso il capitalismo parassitario il prodotto del lavoro. Il profitto è la fonte di tutte queste attività, che senza di esso non esisterebbero - o, se preferite, queste attività umane esisterebbero in una maniera così diversa che esse non avrebbero nulla a che vedere con le attività che possiamo osservare attualmente.
Non si tratta di avere un giudizio morale su questa realtà dei fatti, ma piuttosto di comprenderne tutte le conseguenze. Il punto non è che il profitto viene sistematicamente preferito a ciò che sarebbe utile, buono o benefico per la società (come la salute, la cultura, ecc.); è il concetto di "utilità" stesso che non può esistere al di fuori del profitto. Niente di ciò che non è redditizio può essere utile per il capitalismo. O, per dirla in un altro modo, tutto ciò che è utile può esserlo solo nella misura in cui questa utilità dia delle opportunità di generare profitto. Affermare, per esempio, che la "salute non è una merce" è solo un'assurdità, senza la minima base nella realtà del mondo capitalista. Soltanto perché la sanità è redditizia (da una parte in maniera molto generale perché mantiene in una buona condizione di lavoro la popolazione, e dall'altra in maniera particolare perché è fonte di profitto per alcuni) può essere considerata un settore economico: ed è unicamente perché essa è realmente un settore dell'economia, e quindi una "merce", che può mantenere medici, produrre macchine per analizzare il corpo umano e costruire degli ospedali. Senza questo, evidentemente, non ci sarebbe tutto ciò.
Per generare profitto, è necessario che il valore contenuto nelle merci aumenti: che il valore di ciò che viene prodotto sia superiore al valore speso (in materie prime, macchine, locali, trasporti...) per produrlo. Ora, ciò che viene utilizzato per produrre ha lo stesso valore di ciò che viene prodotto, se non si aggiunge qualcosa. Questo qualcosa che si aggiunge è l'attività umana, l'intelligenza, la forza, l'energia muscolare spese per assemblare e trasformare degli elementi sparsi in un qualcosa di diverso qualitativamente da ciò che si aveva all'inizio. Questa attività deve presentarsi sotto una forma particolare, in modo da poter essere acquistata e di conseguenza incorporata nel valore finale del prodotto: è l'attività umana sotto forma di lavoro, e solo sotto questa forma può essere acquistata dal capitale.
Ma (ed è qui che il capitalismo appare come sfruttamento e non come condivisone) il valore a cui la forza lavoro viene acquistata è inferiore al valore del lavoro fornito. Non si può redistribuire tutto il valore prodotto e "restituirlo" al lavoro, perché il valore esiste solo nella dissociazione tra il lavoro e il suo prodotto che permette così di assicurare la ripartizione ineguale di tale prodotto. Proprio l'esistenza di questa dissociazione tra l'attività e la ricchezza socialmente prodotta rende possibile l'appropriazione della seconda.
Il "valore" delle cose non è una creazione naturale, è una creazione sociale. Ma, contrariamente a ciò che ci vorrebbero far credere, non si tratta di una creazione sociale neutra che esiste solo per comodità. Ci sono ben altri mezzi immaginabili, anch'essi sicuramente comodi, di fabbricare ciò che potrebbe essere considerato indispensabile per la vita umana in una data società. Il valore rimane necessario solo perché è uno strumento di dominazione. Esso permette, nel modo di produzione attuale, di catturare l'attività delle classi inferiori a favore delle classi superiori. L'esistenza stessa del valore - e di ciò che, storicamente, appare come suo rappresentante permanente, vale a dire i soldi, la moneta - è una necessità solo laddove ci sia l'esigenza di misurare ciò che bisogna poter prendere agli uni per darlo agli altri. Prima del capitalismo, il valore e i soldi non esistevano al centro della produzione stessa ma rappresentavano già il simbolo della potenza di alcuni e la debolezza di altri. I tesori, gli ornamenti dei palazzi o le ricche decorazioni delle chiese erano segno della potenza sociale dei signori, dei califfi o delle autorità ecclesiastiche. I soldi e il valore sono stati, dagli albori delle società di classe, il simbolo della dominazione, fino a diventarne lo strumento supremo nel capitalismo. Di conseguenza, non si può ottenere nessuna eguaglianza dall'uso di un mezzo la cui ragion d'essere è la disuguaglianza. Fintanto che ci saranno i soldi, ci saranno i ricchi e i poveri, i potenti e i dominati, i padroni e gli schiavi.
Dato che la ricerca del profitto impone che il costo di produzione sia il più basso possibile, e ciò che è già prodotto e che serve a produrre (le macchine, gli edifici, le infrastrutture) non possa trasmettere più del proprio valore, la sola variabile in grado di aggiustarsi è il valore dalla forza lavoro. Bisogna dunque abbassare il più possibile il valore della forza lavoro: ma allo stesso tempo solo la forza lavoro può fornire valore. Il capitalismo si è più volte tirato fuori da questa equazione irrisolvibile abbassando il valore della forza lavoro solo relativamente al valore totale prodotto, e aumentando la quantità assoluta di lavoro messo all'opera: è questo che permette la crescita della produttività, la razionalizzazione del lavoro, le innovazioni tecniche e scientifiche. Ma è allora necessario far crescere la produzione in proporzioni gigantesche, a discapito di molte altre cose (gli spazi naturali, per esempio). In ogni caso, una tale crescita non esiste mai in maniera continua e l'inversione di questa tendenza è la causa della situazione attuale.
Dall'indomani della Seconda Guerra Mondiale fino agli inizi degli anni 70, il capitalismo mondiale ha in effetti conosciuto un periodo particolare del quale bisogna ben cogliere le caratteristiche per comprendere la ragione della sua scomparsa al giorno d'oggi e il motivo per cui, contrariamente alle speranze dei sindacalisti e della sinistra, non ritornerà mai.
All'indomani della Seconda Guerra Mondiale, la distruzione causata dalla guerra e le perdite di valore durante la lunga crisi che l'aveva preceduta diedero luogo a una situazione favorevole a quella che gli economisti chiamano "crescita", che non è altro che questa gara contraddittoria tra l'abbassamento relativo del valore del lavoro e il suo aumento assoluto. Le riconciliazioni politiche rese necessarie dall'alleanza antinazista durante la guerra permisero anche una forma di condivisione del potere sia sul piano mondiale (i blocchi orientale e occidentale) che sul piano sociale all'interno dei paesi occidentali (si riconosceva una certa legittimità ai sindacati e ai partiti di sinistra nel rappresentare il mondo del lavoro). Il "compromesso fordista"[3] che prevalse allora consisteva nell'accordare, con l'ausilio della crescita dei salari, una crescita della "qualità della vita" in cambio di un forte sviluppo della produttività e della gravosità del lavoro. Il valore della forza lavoro impiegata, ripartito tra un maggiore numero di lavoratori, aumentava nel valore assoluto, ma il valore totale di tutto ciò che veniva prodotto aumentava ancora di più sotto l'effetto della crescita della produzione. La vendita di tutte queste merci, fondamento di ciò che fu allora chiamato la "società dei consumi", permetteva la trasformazione del plusvalore che appariva nella produzione in capitale supplementare da reinvestire per produrre sempre di più. Il limite è proprio nel "produrre sempre più" che, in un dato momento, fa sì che ci sia troppo capitale da valorizzare in rapporto a ciò che bisognerebbe produrre e vendere per mantenere i profitti. Di fatto, l'equilibrio dinamico si è mantenuto per più di venti anni prima di iniziare a conoscere, a partire dagli anni 60, un declino progressivo che porterà alle crisi energetiche degli anni 70.
Qualche osservazione rapida su questo periodo. Innanzitutto, la "prosperità" era riservata solo all'Europa occidentale, al Nord America e al Giappone, e anche all'interno di questi spazi privilegiati certe frange del proletariato ne erano escluse: come la manodopera immigrata, sfruttata intensamente e malpagata. Dopodiché, la prosperità occidentale non poteva mascherare che ciò che era stato accordato al proletariato, quest'ultimo lo riceveva proprio in quanto polo dominato del rapporto sociale capitalista. La crescita del potere d'acquisto era accompagnata dall'enorme messa in vendita di merci standardizzate e qualitativamente povere. L'espressione che allora apparve, la "società dei consumi", è infelice perché si poteva parlare benissimo di una "società delle produzioni": la messa in commercio di sempre più merci era indispensabile alla crescita generale del valore totale di cui abbiamo parlato, mentre l'abbassamento del valore delle singole merci, reso possibile dalla massificazione della produzione, permise un abbassamento del valore relativo della forza lavoro (meno lavoro era necessario impegnare per fornire i prodotti indispensabili alla vita degli operai). Tale "alienazione" della vita quotidiana, allora così spesso analizzata e criticata, altro non era che la conseguenza degli imperativi della circolazione di valore.
Se questo concetto di "alienazione", molto di moda trenta o quaranta anni fa, è un po' sparito dal vocabolario contemporaneo, la realtà che descrive è sempre ben presente. L'alienazione è, letteralmente, il modo in cui il nostro stesso mondo ci appare estraneo («alieno», una parola derivata dal latino, indica ciò che è totalmente altro, mentre la persona alienata è colei che non è più se stessa). "Produrre per produrre" è la parola d'ordine sotto la quale l'alienazione capitalista si rivela a noi. La produzione materiale sembra non aver altro fine che sè stessa. Ma ciò che il capitalismo produce in primo luogo sono i rapporti sociali di sfruttamento e dominazione. Se appare come una produzione materiale senza scopo, è perché il capitalismo trasforma le relazioni tra individui in relazioni tra cose: l'assurdità della produzione per la produzione e di questo potere apparente che gli oggetti esercitano sulle persone è solo l'immagine capovolta della razionalità della dominazione di una classe sull'altra, altresì definita come lo sfruttamento del proletariato da parte della classe capitalista. Il fine ultimo del capitalismo non è il profitto o la produzione per la produzione, ma è il mantenimento della dominazione di un gruppo di esseri umani su un altro gruppo di esseri umani, ed è per assicurare questo che il profitto e il fatto di "produrre per produrre" siano degli imperativi imposti a tutti[4].
Con i cambiamenti epocali a partire dagli anni 80, l'alienazione è rimasta, ma la prosperità è sparita. La crisi del 1973 ha reso manifesto l'esaurimento della dinamica precedente. Il capitalismo non riusciva più ad accordare la stessa crescita dei salari senza urtare i tassi di profitto. Allo stesso tempo il proletariato non si accontentava più di ciò che i capitalisti gli avevano concesso. Il periodo degli anni 60 e 70 è quello dove si sviluppa una contestazione generalizzata che attaccava il lavoro e le sue condizioni, ma anche numerosi altri aspetti della società capitalista. Si rifiutava il compromesso nel suo elemento più essenziale: l'aumento della "qualità di vita" in cambio della sottomissione totale del proletariato alla produzione e al consumo. La contestazione delle vecchie istanze di mediazione del movimento operaio, vale a dire i sindacati, i partiti comunisti ufficiali, aveva lo stesso significato: si metteva in discussione il ruolo che la classe operaia era autorizzata a giocare nel compromesso fordista.
Il capitalismo doveva dunque liquidare l'essenziale di ciò che lo aveva costituito nel periodo precedente, per due ragioni che, in fondo, sono identiche: l'abbassamento dei tassi di profitto e l'aumento delle contestazioni sociali. La sua crisi e la sua ristrutturazione hanno avuto questo scopo, sullo sfondo politico e sociale di un'ondata "neoliberista", conservatrice e repressiva incarnata da personalità come Thatcher o Reagan. Ma non è il "neoliberismo" a essere stato la causa di questa ristrutturazione: al contrario, è la ristrutturazione indispensabile al perseguimento dello sfruttamento capitalista a essere stata accompagnata da questo decoro ideologico. Nei paesi che non erano al passo coi tempi, come la Francia, furono i socialisti a doversi piegare alle ingiunzioni del capitale.
Ora che la ristrutturazione è ben avanzata, tutte le sue componenti appaiono chiaramente. Innanzitutto, bisogna abbassare il costo globale del lavoro, e per fare ciò bisogna trovare al di fuori dei paesi occidentali una manodopera economica che non ha alle spalle tutta la storia del movimento operaio. Alcuni paesi sono stati dei laboratori, come Hong Kong e Taiwan, e hanno mostrato la via. Lo sviluppo della finanza e le trasformazioni dei soldi - che, dopo il 1971, non si basano più sull'oro - hanno fornito gli strumenti necessari[5] allo sviluppo di un capitalismo integrato a livello mondiale: delle zone dedicate alla produzione manifatturiera, altre ancora al consumo e alla produzione di alto livello, altre alla fine abbandonate perché in esubero rispetto alle necessità della circolazione di valore. Questa divisione in zone del mondo è stata sviluppata rapidamente fino a ritrovarsi, al giorno d'oggi, riprodotta a ogni livello in ciascuna parte del globo. Le banlieue in Francia sono a immagine e somiglianza dei paesi periferici negli scambi mondiali: è l'eccedenza umana di cui il profitto non sa che farsene, e che bisogna quindi confinare e sorvegliare. La concorrenza mondiale impone l'abbassamento relativo dei vantaggi ottenuti dal compromesso storico precedente: e siccome nessuna prospettiva di miglioramento esiste, sono la polizia e i discorsi ultrasecuritari a rappresentare la risposta dello Stato alle speranze perdute degli uni o degli altri.
L'esistenza stessa di questa divisione in zone mondiale ci mostra che è impossibile imporre sui nuovi paesi industrializzati, come l'India o la Cina, lo schema dell'avvio della Rivoluzione industriale in Europa. Questo ragionamento un po' meccanicistico vedrebbe l'evoluzione che ha caratterizzato la classe operaia dei paesi occidentali negli ultimi due secoli riapparire, sotto una forma accelerata, in questi paesi. Dapprima sfruttata intensamente e impoverita, questa classe, lottando per l'aumento dei salari, avrebbe ottenuto un livello di prosperità tale da dare il via al circolo virtuoso della crescita sostenuta dallo sviluppo del mercato interno. Ma, oltre al fatto che questa evoluzione è tutto tranne che sostenibile (perché, dati i limiti che siamo in procinto di raggiungere, significherebbe sicuramente un disastro ecologico irreparabile), essa sembrerebbe in ogni caso impossibile, nelle condizioni attuali. Lo sviluppo occidentale, che, non dimentichiamolo, fu favorito anche dal saccheggio coloniale, non può più ripetersi nello stesso identico modo in un'economia che è fin dall'inizio integrata globalmente. Il mercato interno cinese o indiano, pur espandendosi spettacolarmente, non può assorbire tutta la crescita di questi paesi che hanno disperato bisogno degli sbocchi occidentali e anche della ricchezza occidentale, visto che i loro averi sono denominati in debito americano o europeo. Per dirlo in maniera più teorica, è tutta la massa del valore accumulato globalmente (e non solamente in questi paesi) che deve trovare il proprio profitto nella produzione mondiale. Il limite raggiunto negli anni 70 è ancora qua. C'è troppo capitale da valorizzare affinché l'equilibrio dinamico del secondo dopoguerra possa essere ritrovato e questo è vero sia nei nuovi paesi industrializzati che in quelli occidentali. La ristrutturazione del capitalismo consecutiva alla crisi degli anni 70 ha visto il capitale trovare un altro modo di valorizzarsi, abbassando il costo del lavoro, e tutt'oggi ci troviamo ancora a questo punto.
Una tale evoluzione ha inevitabilmente avuto un effetto importante sulle lotte di classe nei paesi occidentali. Nel periodo precedente alla crisi degli anni 70 e la ristrutturazione, la lotta del proletariato aveva un doppio senso, sicuramente contraddittorio, ma che si basava comunque sullo stesso postulato. Da un lato, la lotta poteva cercare degli obiettivi immediati, come il miglioramento delle condizioni di lavoro, l'aumento dei salari, anche una maggiore giustizia sociale. Dall'altro, la lotta aveva come effetto, e a volte come obiettivo, anche di rafforzare il potere della classe del lavoro rispetto alla classe del capitale, fino a cercare, tendenzialmente, persino di rovesciare la borghesia. Questi due aspetti erano conflittuali, e gli antagonismi tra i sostenitori della "riforma" e quelli della "rivoluzione" erano costanti, ma in definitiva la lotta stessa poteva significare entrambi. La lotta per i vantaggi immediati e la lotta per il comunismo futuro si articolavano attorno all'idea che era attraverso il rafforzamento della classe operaia e della sua combattività che era possibile trionfare. Ben inteso, i dibattiti che attraversavano il movimento operaio esprimevano altrettante divisioni fra i riformisti e i rivoluzionari, fra i sostenitori del partito, quelli del sindacato e quelli dei consigli operai, i sostenitori della rivoluzione immediata e quelli della rivoluzione differita... in breve, tra i leninisti, la sinistra comunista, gli anarchici, ecc. Ma ciò che li accomunava era un'esperienza della lotta dove il proletariato, pur senza essere unanime e nemmeno unito (non lo è mai stato) non era per questo meno una realtà sociale visibile e nella quale tutti gli operai potevano facilmente riconoscersi e identificarsi.
E il presente invece? Se il dibattito tra "riforma" e "rivoluzione" è semplicemente sparito da ormai trent'anni, è perché la base sociale che gli dava un senso si è volatilizzata. La forma che ha fatto esistere soggettivamente il proletariato per un secolo e mezzo, il movimento operaio, è collassata. I partiti, i sindacati e le associazioni di sinistra sono ora dei partiti "cittadini" e "repubblicani", la cui ideologia è ispirata alla Rivoluzione francese, vale a dire al periodo che precede il movimento operaio. Allo stesso tempo però, né il proletariato né il capitalismo sono chiaramente spariti. Cosa manca allora?
Ben inteso, si potrebbe dire di primo acchito che è il senso che la vittoria sia possibile a essere cambiato. Senza assolutamente idealizzare i periodi precedenti, né sottostimare i passi indietro, potremmo dire che la classe operaia, dagli albori del capitalismo, ha combattuto delle lotte che si sono tradotte in cambiamenti reali nel suo rapporto col capitale: da una parte ciò che si otteneva concretamente - regolamentazione della giornata lavorativa, salari, ecc. - e dall'altra l'organizzazione del movimento operaio stesso in partiti e sindacati. L'aumento di potere del proletariato poteva fondare ciascuna lotta e ciascuna vittoria parziale, mentre ogni sconfitta poteva apparire come una battuta d'arresto momentanea fino alla prossima offensiva. Certo, questo aumento di potere era allo stesso tempo un aumento della debolezza: perché le vittorie parziali e l'istituzionalizzazione del ruolo dei sindacati erano fattori che allontanavano ogni giorno di più la prospettiva comunista, divenuta nel corso del tempo un orizzonte sempre più lontano e vaporoso[6]. Ma lo schema generale delle lotte, pur con i suoi limiti, non era altro che il potere del mondo operaio in opposizione ai padroni.
Da quasi trent'anni, le lotte sono ormai esclusivamente difensive. Ciascuna vittoria non fa che ritardare la sconfitta annunciata. La dinamica, per la prima volta negli ultimi due secoli, porta solamente alla diminuzione del potere della classe lavoratrice. L'emblema attuale della lotta operaia vittoriosa è Cellatex: la lotta radicale per l'indennità di disoccupazione al termine del rapporti di lavoro[7]. La vittoria significa qui la fine di ciò che rendeva la lotta possibile - il fatto di essere dipendenti di una stessa impresa, ormai chiusa - e non più l'inizio di qualcosa.
Ma c'è di più. Le trasformazioni del lavoro negli ultimi trent'anni, sotto l'effetto della disoccupazione di massa, hanno modificato il rapporto di chi lavora con il proprio lavoro, e quindi il rapporto del proletariato con sè stesso. L'occupazione ha sempre meno lo status di riferimento che aveva nel dopoguerra (ciò che dava peraltro alla critica radicale del lavoro il contenuto di una critica della società capitalista in quanto tale). Non esiste più il posto fisso. L'avanzamento di carriera non è più scontato. Chi lavora deve "evolversi", formarsi, cambiare luogo di lavoro e occupazione. La precarietà diventa la norma. La disoccupazione non è più la negazione del lavoro ma un momento dello stesso, un passaggio che chiunque affronterà più volte nella propria vita, anzi, per molti è il lavoro che diviene il complemento parziale e transitorio della disoccupazione. All'interno delle imprese, gli statuti e le condizioni differenziate si moltiplicano. L'esternalizzazione delle fasi, il ricorso ai subappalti e alle agenzie di lavoro temporaneo parcellizzano e dividono la classe lavoratrice in categorie multiple. Così facendo, lottare diventa difficile perché è l'unità stessa di chi deve lottare insieme a essere di già problematica, al posto di essere, come nel periodo anteriore agli anni 70, in qualche modo presupposta (indipendentemente da tutte le divisioni che non mancavano di formarsi in seguito). Adesso, l'unità degli attori della lotta è raggiunta attraverso la lotta stessa come uno dei mezzi necessari ai suoi scopi. Questa unità non è mai data a priori, e inoltre, anche una volta acquisita temporaneamente essa rimane soggetta alle possibilità di divisione che esistevano già nell'epoca in cui l'unità era data per scontata.
La lotta è quindi più difficile, ma c'è un'altra differenza ancora più importante: essa non porta più gli stessi risultati. Siccome l'unità non è il presupposto su cui si fonda la lotta, non fa neanche più parte degli obiettivi ufficiali della lotta. Una certa idea del miglioramento della condizione operaia o proletaria in generale non fa più parte dell'orizzonte della lotta, o al massimo solo dell'orizzonte delle lotte difensive, il cui fallimento è programmato (la lotta sulle pensioni, per esempio). Le lotte vittoriose, lo sono solo se cercano un obiettivo immediato e parziale, si potrebbe dire persino individuale. Nel capitalismo non si ottiene più alcun miglioramento collettivo della nostra situazione, ma solo un miglioramento individuale da ascrivere più alla prospettiva di una difesa della condizione operaia e che dunque non può che essere transitorio. Inoltre, la fine della lotta, sia attraverso la vittoria che la sconfitta, significa la fine dell'unità costruita nella lotta e quindi l'impossibilità di perseguirla o di riprenderla in quanto tale, laddove invece il periodo precedente dava il sentimento di un senso di progresso che pareva rendere possibile la "capitalizzazione" delle lotte, vale a dire l'accumulo progressivo dei risultati delle lotte passate vittoriose. Si trattava forse di un'illusione, ma in ogni caso tutto questo contava in ciò che la gente poteva pensare delle proprie lotte e delle loro conseguenze possibili[8].
Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che attualmente tutta la lotta di classe incontra il suo limite nel fatto di essere l'azione di una classe che non trova più, nel proprio rapporto col capitale, ciò che sembrava in passato la sua ragion d'essere e la sua forza: il fatto d'incarnare collettivamente il lavoro. Questo rapporto distante e in effetti esteriore al proprio lavoro, e quindi al proprio essere proletario, influenza la maniera in cui si può lottare e ottenere la vittoria nella lotta. Ma tutto ciò che si ottiene è una perdita rispetto alle condizioni stesse della lotta. E tutto ciò che si perde rimane una perdita. Questo stato di cose sembra essersi definitivamente solidificato, e avremmo torto nel credere che sia necessario innanzitutto ristabilire l'unità proletaria prima della lotta, per ottenere un'azione efficace da parte della stessa. L'unità esiste transitoriamente solo nella lotta e fra gli attori della lotta, senza che il riferimento all'appartenenza comune a una classe sociale intervenga necessariamente. La "coscienza di classe" non è più un dato di fatto da ricreare attraverso la propaganda politica, perché essa è esistita solo relativamente a una condizione specifica del rapporto sociale capitalista. Questo rapporto è cambiato, e così la coscienza. Dobbiamo ammetterlo.
Bisogna ancor di più ammetterlo dal momento che queste novità ci danno la forza di rivedere le nostre concezioni del comunismo e della rivoluzione e di cogliere, in modo critico, ciò che essi erano nel periodo anteriore. Mentre l'identità proletaria veniva, in effetti, confermata dal rapporto tra proletariato e capitale, la concezione del cambiamento radicale che si impose largamente - e che era ampiamente condivisa, dai riformisti ai rivoluzionari, dagli anarchici ai marxisti - era quella di una vittoria del proletariato sulla borghesia, in seguito alla mobilitazione del potere della classe lavoratrice attraverso diversi metodi (azione e organizzazione sindacale, conquista elettorale del potere, azione del partito d'avanguardia, auto-organizzazione del proletariato...). Questa visione, lo ridiciamo, offriva una prospettiva sia al riformismo che alla rivoluzione e permetteva loro, aldilà delle opposizioni, di situare la loro battaglia su un fondo comune. Di conseguenza, come abbiamo già detto, la prospettiva rivoluzionaria e quella riformista sono sparite insieme dal campo della politica ufficiale. Adesso quando si parla di riforma, dalla destra all'estrema sinistra dello scacchiere politico, è di una riforma della gestione del capitalismo che si parla, e non più di qualcosa che si potrebbe veramente definire riforma, ovvero in grado di portare a una rottura col capitalismo. Sotto una forma indiscutibilmente ideologizzata, ma la cui esistenza era significativa, quest'ultima idea si trovava ancora nei programmi dei partiti socialisti fino agli anni 70. In seguito, questa prospettiva è stata semplicemente dimenticata.
Nel presente possiamo comprendere che la prospettiva riformista, come anche quella rivoluzionaria, erano un'impasse dal momento che vedevano la rivoluzione comunista come la vittoria di una classe su un'altra e non come la sparizione simultanea di entrambe le classi. Da là si arrivava all'idea tradizionale del periodo di transizione, dove il proletariato, dopo aver vinto, prende il controllo della gestione della società durante un periodo intermediario. Storicamente, sappiamo che ciò si è tradotto nell'instaurazione di un capitalismo di Stato in stile sovietico dove la borghesia è stata rimpiazzata da una classe burocrate legata al Partito Comunista, e dove la classe operaia continuava a essere nei fatti sfruttata e costretta a fornire il surplus di valore richiesto. Bisogna però notare che questa idea di periodo intermediario è una categoria più ampia di quella, strettamente marxista, della "dittatura del proletariato", perché sotto diversi aspetti i riformisti (che contavano su una presa del potere attraverso le urne elettorali) e anche gli anarco-sindacalisti (che pensavano a una presa del potere tramite le strutture sindacali) non sfuggivano a questo schema di pensiero. Anche per loro era la vittoria del proletariato, democraticamente e con gli organi dello Stato per i riformisti, tramite la lotta e con organi propri (i sindacati) per gli anarco-sindacalisti, che dava i tempi necessari affinché la nuova dominazione proletaria trasformasse la società. Furono i dissidenti di entrambi i campi, i dissidenti degli anarchici e quelli dei marxisti, ad avere progressivamente elaborato una teoria della rivoluzione e del comunismo concepiti come immediati. Partendo dalle loro ricerche di allora, possiamo adesso, in questo periodo e con il senno di poi dato dalla trasformazione recente del capitalismo, comprendere che il comunismo può essere solo la scomparsa simultanea delle classi sociali e non la vittoria, anche transitoria, di una classe sull'altra.
Il periodo attuale ci porta a una concezione nuova della rivoluzione e del comunismo, emersa da queste correnti critiche dissidenti che esistevano all'interno del movimento operaio di una volta e che l'evoluzione del capitalismo ci mostra adesso adatta a quello che è la lotta proletaria oggi. Perché l'esperienza proletaria quotidiana fa sì che l'appartenenza di classe tenda a essere vissuta come una costrizione esterna, portando la lotta per difendere la propria condizione a confondersi con una lotta contro la propria condizione. Sempre più frequentemente appaiono nella lotta delle pratiche e dei contenuti che possono essere analizzati così. Non si tratta necessariamente di dichiarazioni radicali o spettacolari. Sono allo stesso modo delle pratiche di fuga, delle lotte dove i sindacati sono ignorati e fischiati senza però cercare di rimpiazzarli con qualcos'altro perché si sa che non c'è altro con cui sostituirli, delle rivendicazioni salariali che si trasformano in distruzione dei mezzi di produzione (in Algeria, nel Bangladesh), delle lotte dove non si rivendica la conservazione del posto di lavoro ma l'indennità di disoccupazione (Cellatex e tutto ciò che è venuto dopo), delle lotte dove non si rivendica niente ma dove ci si ribella contro tutte le condizioni della nostra esistenza (le "rivolte" delle banlieue francesi nel 2005), ecc.
Poco a poco, da queste lotte emerge una messa in discussione, attraverso la lotta stessa, del ruolo al quale siamo assegnati dal capitale. I disoccupati di tale collettivo, gli operai di tale fabbrica, gli abitanti di tale quartiere possono organizzarsi in quanto disoccupati, operai, abitanti, ma presto queste identità diventano esattamente ciò che si deve superare affinché la lotta possa continuare. La sfera comune, l'unità, viene dalla lotta stessa e non dalla nostra identità nel capitalismo. In Argentina, in Grecia, a Guadalupa, ovunque la difesa di una condizione particolare è apparsa come ampiamente insufficiente, perché una qualche condizione particolare non può più identificarsi con una condizione generale. Anche il fatto di essere "precari" non può costituire una figura centrale della lotta nella quale chiunque può riconoscersi. Non c'è alcun "statuto" dei precari da riconoscere o difendere, perché il precariato, che si tratti di una scelta o di un'imposizione, o un misto dei due, non è una nuova categoria sociale ma è una delle realtà che contribuisce alla produzione dell'appartenenza di classe come costrizione esterna.
Se dunque una rivoluzione comunista è oggi possibile, essa può solo nascere in questi contesti molto particolari: l'essere proletari è visto come una forma esteriore rispetto a ciò che si è, anche se nel capitalismo, dovendo vendere la nostra forza lavoro (indipendentemente dalla forma di questa vendita), non si può essere altro che proletari. Una tale situazione fa sorgere facilmente l'idea falsa che è altrove, in un modo di vita più o meno alternativo, che si può creare il comunismo. Non è casuale che una minoranza, che inizia ad avere socialmente peso nei paesi occidentali, cada facilmente in questo sogno e immagini di posizionarsi contro il capitalismo e combatterlo attraverso questo metodo. Ma il rapporto sociale capitalista è la dinamica totalizzante del nostro mondo e nulla può sfuggirgli con la facilità che loro credono.
Il superamento di tutte le condizioni esistenti può arrivare solo da una fase di lotta intensa e insurrezionale nel corso della quale le forme della lotta e le forme di vita future prendono corpo nello stesso momento e in un solo e unico movimento, dimostrando che le seconde non sono altro che le prime. Questa fase e la sua attività specifica, noi proponiamo di chiamarle comunizzazione.
La comunizzazione non esiste ancora, ma tutta la fase di lotta attuale che noi stiamo evocando ci permette di parlarne già adesso. In Argentina, durante la lotta successiva alle rivolte del 2001, sono state le determinazioni del proletariato come classe di questa società a essere scosse: proprietà, scambi, divisione del lavoro, rapporto uomo/donna... La crisi era allora limita a quel solo paese, e non ha superato mai le frontiere: la comunizzazione, però, non può esistere che in una dinamica di allargamento senza fine. Il suo arresto significa la sua morte, almeno momentanea. Ma le prospettive del capitalismo a partire dalla crisi finanziaria del 2008 - delle prospettive che ritiene troppo cupe a livello mondiale - ci lasciano pensare che la prossima volta il collasso dei soldi non si limiterà all'Argentina. Non si tratta di dire che il punto di partenza sarà necessariamente una crisi monetaria, ma piuttosto di considerare che nella situazione attuale compaiono numerosi punti di partenza e che la grave crisi monetaria che si avvicina è indiscutibilmente uno di questi.
Secondo noi, la comunizzazione sarà il momento dove la lotta renderà possibile, come mezzo della sua continuazione, la produzione immediata del comunismo. Per comunismo noi intendiamo un'organizzazione collettiva liberata da tutte le mediazioni che, nel presente, servono alla società per legare gli individui: soldi, Stato, valore, classi, ecc. Perché queste mediazioni hanno il solo scopo di permettere lo sfruttamento. Anche se imposte a tutti, esse giovano però solo ad alcuni. Il comunismo sarà dunque il momento in cui gli individui si relazioneranno tra di loro direttamente, senza che le loro relazioni individuali siano sovrastate da dalle categorie al quale si devono tutti sottomettere.
Va da sè che tali individui non saranno più gli individui così come li conosciamo, quelli della società del capitale, ma individui diversi prodotti da una vita che assume forme diverse. Per capire bene questo punto, bisogna ricordarsi che l'individuo umano non è una realtà intangibile derivata dalla "natura umana", ma una produzione sociale, e che ciascun periodo storico ha prodotto un suo tipo di individuo. L'individuo del capitale è determinato dalla parte di ricchezza sociale che riceve: questa determinazione è subordinata al rapporto fra le due grandi classi del modo di produzione capitalista, il proletariato e la classe capitalista. Questo rapporto è primario mentre l'individuo è prodotto successivamente, al contrario di come spesso si crede, ovvero che le classi siano un raggruppamento di individui preesistenti. L'abolizione delle classi sarà dunque l'abolizione delle determinazioni che rendono l'individuo del capitale ciò che è: colui che gode individualmente ed egoisticamente dalla sua parte della ricchezza creata in comune. Naturalmente, questa non è la sola differenza tra capitalismo e comunismo: la ricchezza creata nel comunismo sarà qualitativamente diversa da quella che il capitalismo è in grado di creare. Il comunismo non è un modo di produzione, nel senso che i rapporti sociali non sono determinati dalla forma che assume il processo di produzione degli oggetti necessari alla vita, ma al contrario sono i rapporti sociali comunisti che determinano il modo in cui sono prodotti gli oggetti necessari.
Noi non sappiamo, e non possiamo sapere, e pertanto non cercheremo di sapere come apparirà concretamente il comunismo. Noi sappiamo solamente ciò che sarà in negativo, attraverso l'abolizione delle forme sociali capitaliste. Il comunismo è un mondo senza soldi, senza valore, senza Stato, senza classi sociali, senza dominazione e senza gerarchia - il che rende indispensabile che siano superate anche le forme di dominazione antiche ma che il capitalismo ha integrato nel suo funzionamento, come il patriarcato, e che il comunismo sia anche il superamento allo stesso tempo della condizione maschile e di quella femminile. Naturalmente anche tutte le forme di divisione comunitaria, etnica, razziale o altre sono ugualmente impossibili nel comunismo, che è anzitutto mondiale.
Se noi non possiamo prevedere e decidere quali saranno le forme concrete del comunismo, è perché i rapporti sociali non nascono mai pronti da un unico cervello, per quanto possa essere geniale, ma possono solo essere il risultato di una pratica sociale di massa e generalizzata. Questa è la pratica che noi chiamiamo comunizzazione. La comunizzazione non è un traguardo, non è un progetto: non è altro che un cammino, e nel comunismo il cammino è il traguardo, il mezzo è il fine. La rivoluzione è precisamente il momento in cui si esce dalle categorie del modo di produzione capitalista. Questa uscita è già annunciata nelle lotte attuali ma non esiste realmente in esse, dal momento che solo un'uscita di massa che distrugga tutto ciò che incontra può essere una vera uscita.
La comunizzazione sarà indubbiamente un processo caotico. La società di classe non morirà senza prima difendersi in vari modi, e la storia ci insegna che la ferocia di uno Stato che cerca di difendere il proprio potere è illimitata - tutto ciò che c'è stato di più atroce e più inumano dall'alba dell'umanità è stato causato dagli Stati. Solo in questa lotta fino alla morte e nelle sue necessità, l'ingegnosità senza limiti che può liberare la partecipazione di ciascuna persona all'opera della propria liberazione troverà le risorse per combattere il capitalismo e creare il comunismo in un solo e unico movimento. Le pratiche rivoluzionarie della gratuità, abolendo il valore, lo scambio e tutte i rapporti di mercato nella guerra contro il capitale, costituiscono l'arma determinante per integrare, con delle misure di comunizzazione, la più grande parte degli esclusi, delle classi medie e delle masse contadine più povere, in breve, per creare nella lotte l'unità che non esiste più nel proletariato.
Evidentemente, la corsa in avanti che rappresenta la creazione del comunismo morirà se si dovesse interrompere. Ogni forma di capitalizzazione delle "conquiste della rivoluzione", ogni forma di socialismo, ogni forma di "transizione", concepita come una fase intermedia prima del comunismo, come una "pausa", sarà la controrivoluzione prodotta non dai nemici, ma dalla rivoluzione stessa, e sulla quale il capitalismo morente cercherà di aggrapparsi. Quanto al superamento del patriarcato, sarà un tale sovvertimento da dividere il campo dei rivoluzionari stessi, perché ovviamente l'obiettivo non sarà "l'uguaglianza" fra uomini e donne ma l'abolizione pura e semplice delle distinzioni sociali fondate sul sesso. Per tutte queste ragioni la comunizzazione apparirà come una "rivoluzione nella rivoluzione".
Solo la molteplicità delle misure di comunizzazione, prese ovunque e da ogni tipo di persona, che quando costituiranno una risposta adeguata a una data situazione si generalizzeranno esse stesse senza che nessuno sappia chi sia stato a crearle e a trasmetterle, potrà fornire un modo d'organizzazione adeguato a questa rivoluzione. La comunizzazione non sarà democratica, perché la democrazia, anche "diretta", è una forma che corrisponde solo a un tipo di rapporto tra l'individuo e la collettività - precisamente al tipo che il capitale ha spinto fino all'estremo, e con il quale il comunismo si distaccherà. Le misure comunizzatrici non saranno prese da nessun organo, nessuna forma di rappresentazione di nessuna persona, nessuna mediazione. Le misure comunizzatrici saranno prese da tutti e da chissà chi. Saranno prese da tutti coloro che, in un dato momento, prenderanno l'iniziativa di cercare una risposta ritenuta adeguata a un problema della lotta - e i problemi della lotta sono anche i problemi della vita, come mangiare, dove stare, condividere con tutti, combattere contro il capitale, ecc. I dibattiti, le divergenze, le lotte interne ci saranno: la comunizzazione sarà anche una rivoluzione dentro la rivoluzione. Non ci sarà un organo che delibererà su questi conflitti: è la situazione che deciderà, e la storia saprà post festum chi aveva ragione.
Questa conclusione sembrerà forse brusca: ma il punto è che non c'è altro modo di creare un mondo.
https://www.sicjournal.org/quest-ce-que-la-communisation/index.html ↩︎
[NdT] Ovvero il programma adottato all'unanimità dal Conseil national de la Résistance, il cui obiettivo principale era la ricostruzione del patto sociale francese. ↩︎
Henry Ford, il grande capitalista americano, sostenne nel primo dopoguerra l'idea che fosse necessario aumentare i salari e la produttività per sviluppare sia la produzione sia il mercato in grado di assorbirla. ↩︎
Anche ai capitalisti, che non controllano le regole grazie alle quali sono padroni. ↩︎
Il capitalismo finanziario non è assolutamente una escrescenza parassitaria sul capitalismo produttivo, contrariamente a quello che la vulgata della sinistra vorrebbe farci credere. Al contrario, è indispensabile all'esistenza del capitalismo produttivo stesso. Lo sviluppo formidabile della finanza a partire dagli anni 70 ha, fra le altre cose, reso possibile la circolazione globale e istantanea del capitale, strumento necessario all'integrazione globale dei cicli di produzione e consumo. ↩︎
Certi libertari o comunisti consiliaristi non mancavano d'altronde di denunciare il tradimento dei dirigenti sindacali. Ma questo "tradimento" era inscritto nell'istituzionalizzazione del movimento operaio che implicava l'affermazione del potere del proletariato. I dirigenti sindacali erano traditori nella misura in cui, con l'obiettivo di rafforzare il proprio potere, accettavano di assumere un certo ruolo; ma non erano loro a dar vita a questo ruolo. Accontentarsi di denunciare il loro "tradimento" non è sufficiente nel momento in cui ciò potrebbe lasciar pensare che altri dirigenti, più onesti, avrebbero potuto agire diversamente. ↩︎
[NdT] Cellatex fu una società francese di filatura di viscosa nata a Givet, nelle Ardenne. Il 5 luglio del 2000, gli operai della sede di Givet, informati della bancarotta e della liquidazione della società, diedero inizio a una lunga lotta occupando gli stabilimenti e minacciando di gettare i prodotti chimici della fabbrica nel fiume Mosa; questa minaccia fu messa in atto qualche giorno più tardi. Gli operai riuscirono infine a ottenere delle indennità di disoccupazione di gran lunga maggiori di quelle previste dalla legge, realizzando così una vittoria eclatante. ↩︎
La lotta di classe nei paesi recentemente industrializzati, come la Cina, l'India, il Bangladesh o la Cambogia può essere diversa, dal momento che le lotte che sono là in corso, per esempio quelle che hanno per obiettivo i salari, permettono ancora delle vittorie di grande portata - ma mai abbastanza grande, nel capitalismo integrato globalmente, da modificare veramente le caratteristiche del rapporto sociale capitalista. Queste lotte non sono una ripresa delle lotte avvenute in Europa agli albori del capitalismo, anche solo perché non possono essere ascritte a quella prospettiva rivoluzionaria specifica del periodo dagli anni 40 dell'Ottocento agli anni 70 del Novecento. ↩︎